giovedì 25 settembre 2008

Roland


...e a furor di popolo, il primo dei miei racconti che è stato trasformato in fumetto...


"L’aria era fredda quella mattina, così fredda e silenziosa al punto che tutto sembrava presagio di morte e distruzione. Roland vagava per i sentieri sperduti, le foreste innevate. Occhi socchiusi, era accecato da tutto quel bianco. Gli dava sui nervi. Lui che si muoveva fondendosi con la notte, non sopportava quella luce. Non mi appartiene, diceva, ogni volta che alzava gli occhi al cielo per guardare il sole, riparandosi poi con una smorfia di disgusto tra le grandi e antiche querce in attesa della notte. E quando calava la notte, si mimetizzava col cielo e con la natura, attendeva paziente che qualcuno passasse vicino, quel tanto che bastava per sguainare la spada e, con un colpo secco, finirlo. Tagliare la testa, sgozzare, sventrare, uccidere: questo era il suo mestiere. A lui non importava chi fossero quelli che capitavano. Uccideva tutti, indistintamente. Mercanti, cavalieri, servitori. E non era solo per i soldi. Era qualcosa che veniva da dentro. Un odio remoto e profondo. Io sono solo a questo mondo, e voglio esserlo finchè sarà possibile, si diceva, mentre affondava la spada per l’ennesima volta, a occhi chiusi, calcolando il momento opportuno. E sentiva le urla strazianti, sentiva il corpo cadere e stringeva i denti, pieno di rabbia e eccitato. Nessuno sapeva chi fosse. In realtà non lo sapeva nemmeno lui. Roland era il suo nome, e questo bastava. Non sapeva dove fosse nato, chi l’avesse cresciuto. Nulla. E non gli sembrava giusto. Non gli sembrava giusto che gli altri vivessero e fossero felici. Non lo poteva sopportare. Ma ecco: un rumore. Svelto, si nascose tra i cespugli, in attesa. Vide una figura incedere con passi lenti. Completamente vestita di bianco, camminava perfettamente al centro della strada. Si sforzava di capire chi fosse, cosa fosse, ma aveva il volto coperto e non era facile. Stava lì, in attesa. Poi la figura si fermò, tolse il cappuccio e guardò nella sua direzione. Roland sgranò gli occhi: era una fanciulla. Come ha fatto a capire dove sono? Non può essere. E’ solo una mia stupida impressione. Intanto lei continuava a guardare, poi sorrise. “Vieni fuori”, gli disse, con una voce che non aveva mai sentito, abituato alle grida di morte. L’aria era diventata ancora più fredda e un brivido attraversò il suo corpo. Chiuse gli occhi per un momento, forse era solo frutto della sua immaginazione. Poi li riaprì e con sgomento vide che la ragazza lo stava ancora guardando. Si alzò a fatica, coprendosi per bene il viso. Non aveva idea di cosa fare. “Avvicinati…” gli disse, sempre con quella voce. Cosa stai facendo, Roland? Sei impazzito? Una voce nella sua mente. Fermati! No no, devo andare. E così fece. Passo dopo passo, con lo sguardo basso, si accorse di essere arrivato da lei quando scorse l’orlo della lunga tunica bianca. Alzò lo sguardo su di lei. Si fermò, impietrito. Dio, quegli occhi…quegli occhi…occhi…no…no…Spostò lo sguardo. Non ci riusciva a guardarla. Poi lei fece una cosa che nessuno mai aveva fatto. Si avvicinò, occhi fissi nei suoi, e gli abbassò il cappuccio e lo costrinse a guardarlo, gentilmente. Cercava di sostenere il suo sguardo, ma una voce…cosa sto facendo…cosa…io…non dovrei…vai via, vattene. La sua mano si abbassò fino ad impugnare la spada. La sguainò lentamente, portandola all’altezza del viso. Lei intanto continuava a guardarlo, o meglio a ipnotizzarlo. Perché mi fai questo? Perché? Le mani della fanciulla si chiusero intorno alla sua. Gli sfilarono la spada e la portarono all’altezza del ventre. Un colpo secco e Roland si trovò a terra. Non urlò, non disse nulla. I suoi occhi continuavano a guardarla. Sentì la sua voce che le diceva: “Grazie…perché dopo di te non sarei più riuscito ad uccidere nessuno…non ce l’avrei fatta…grazie per avermi liberato da questa maledizione…”. Lei si inginocchiò, posò la spada insanguinata accanto a lui e sfiorò le sue labbra con un bacio. Si rialzò: “Non c’è di che, Roland…”. Si coprì di nuovo il volto con il cappuccio e riprese a camminare, lenta, scomparendo nell’aria. Roland chiuse gli occhi, ripensò ai suoi occhi e, per la prima volta, sorrise."

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Questa la conosco...

Anonimo ha detto...

Hola! Intervengo pure moi :D
E' un racconto a immagini: tra le righe ti vengono davanti, senza aspettarle.
Bello assai ;)
In particolare mi sono piaciute, mi hanno colpito tantissimo due cose: "querce antiche" e "calcolando il momento opportuno".

*Scarlet* ha detto...

cube:eh beh...XD!

echo:grazie!quelle due cose lì?come mai?

Anonimo ha detto...

"quercie antiche" perchè non è il solito maestose o grandi o immense, ma antiche che richiama sia il fatto che sono gigantesche, sia la loro bellissima forma, sia l'età. "calcolando il momento opportuno" non so dirtelo con precisione, forse perchè quel verbo lo considero freddissimo e preciso.

*Scarlet* ha detto...

echo:grazie...troppo buona...influenzata dalla sorella...XD!